Stavolta ero a casa di Anna, era il suo compleanno. Fuori c'era una grande pista da ballo, musica non definita. C'erano tutti...credo di ricordare. Almeno avevo quella sensazione, per così dire. Ricordo che mangiavamo molto. Io ad un certo punto guardavo nel frigo per vedere cos'altro ci fosse. Prosciutto cotto. In tutte le salse, almeno tre confezioni. Le altre cose erano sfuocate, non le ricordo con esattezza. E poi della carne, erano fettine con un pò di prezzemolo. Non mi andava di cucinarle.
Sono tutti fuori, ma io resto dentro con i parenti di Anna. Credo che fossero loro, almeno mi sembra che sua madre ci fosse, Rodolfo, il papà, invece no, non ne ricordo la faccia.
Poi c'era lui, l'uomo vestito di nero, che mangiava a quattro palmenti. Parlava anche con qualcuno, non ricordo i discorsi, ma erano cordiali, scherzosi. C'è anche mia nonna.
La sala da pranzo era quella di Sovereto, ricordo le chianche per terra, c’è il vecchio tavolaccio di legno massiccio, quello semplice semplice, ma resistente e pesante. L'uomo sedeva a metà del lato lungo, con la faccia nel piatto, con le spalle al muro. Nella sala ci sono state varie conversazioni ma non ne ricordo nemmeno una. Poi sono uscito. Di nuovo quella città. Un antico borgo. Mezzo medievale, mezzo borgo antico di una qualunque città del sud Italia. Scalinate dappertutto. Colori dei muri tendenti al giallo, sembra essere tardo pomeriggio. La pista da ballo non c'era più.
In tasca ho un grammo di coca diviso in due buste da mezzo grammo, lo tengo nel taschino dei jeans, quello sul lato destro, quello piccolo piccolo che riesci a infilarci a stento due dita. Controllo spesso che siano ancora lì. Ho paura. Non ricordo se avevo già pippato oppure no, mi sembra che una delle due buste sia già stata un pò consumata. Comunque cerco qualcuno dei miei amici per fare una raglia, ma non trovo nessuno di loro, nemmeno in lontananza. Ad un tratto rientro in casa e mi stendo su una sdraio, ho mangiato tanto e mi appisolo. Si ironizza su di me, sul mio pisolino post-pranzo.
Entrano in casa dei parenti di Anna. Giovani coppie. La prima la saluto perchè lei mi guarda e mi sembra di conoscerlà già. Non vorrei essere scortese, d'altra parte, in casa di Anna, capita spesso che vengano parenti. Ci conosciamo da dieci anni ormai e sono stato tante volte a casa sua. Potrei averli conosciuti e non ricordarmene, quindi meglio andare sul sicuro e salutarli. Ma non è così, non li conosco. Entra un altra coppia e siccome non conosco neanche loro ho la conferma che mi sbagliavo. Parlano con i parenti di Anna. Non ricordo i discorsi. La coppia che è entrata per seconda (peraltro sono entrati da quella che dovrebbe essere la finestra che dava sulla ex pista da ballo, ora ridiventata quel borgo antico strano che sogno di continuo ormai) si è seduta affianco a me, su un altra sdraio, lui sotto e lei sopra. Mi sento scomodo solo a guardarli. Mi alzo. Cerco ancora qualcuno fuori per fare una raglia, ma ancora nessuno. Sono tentato di farmi uno in bagno da solo.
Poi ad un tratto tutti scappano.
Sulle scalinate in lontananza, poi anche su quelle più vicine, ci sono dei finanzieri in assetto antisommossa. Ne sta salendo uno per ogni scalinata. Il mio primo pensiero e di come fare a nascondere la droga senza essere visto e soprattutto in un luogo dove poi io possa recuperarla. Non lo trovo subito e così salgo le scale vicino a me. Non verranno certo dall'alto penso. Degli altri ragazzi fanno lo stesso. I miei amici non sono tra loro, che sfiga penso, chissà dove sono. Il ragazzo che guida la fila che sale sembra conoscere il posto e grida di salire tutti al quinto piano e di chiuderci dietro. Così facciamo e sembra che non ci inseguano. Ora sono li, la stanza è grande ma siamo in tanti. Ho paura, tanta. Non so se stenderla tutta e farla sparire così, siamo in tanti d'altra parte. Mentre ci penso si scopre che uno di quelli che è salito su con noi è uno sbirro in borghese. Maglietta a maniche corte bianca, gelatina nei capelli, faccia non per bene, atteggiamento spocchioso. Se ne sta seduto a metà di un lato lungo di un tavolo con la finestra alle spalle. Sul tavolo c'è una montagnetta di coca che lui stende e ristende nervosamente. Impreca qualcosa. Che potrebbe pipparsela tutta se volesse. Vuole darci una qualche tipo di lezione. Ma non mi sta guardando così vado in stanze limitrofe cercando di nasconderla. Nel bagno da qualche parte, non so. Apro la porta che non dovrei aprire. Quella per scendere. Ho paura che se apro quella porta salgono i finanzieri e mi arrestano. Li vedo già che mi fanno tirare fuori dalla tasca quello che ho. Mi va bene non c'è nessuno.
Di sotto c'è una stanza da letto di alcuni ragazzi. Uno sta dormendo e si sveglia al mio arrivo. Ha gli occhiali e i capelli ricci, lo sguardo assonnato. Quando mi vede gli faccio cenno con una mano di fare silenzio. Lui non grida per fortuna. Gli passo oltre perchè oltre c'è una porta che mi sembra una buona via di fuga. La porta è mezzo sbarrata, ma riesco a passare attraverso le sbarre che sono trasversali e molto larghe, come se sbarrassero una porta che non c'è o che si apre nell'altro senso. C'è un corridoio con la moquette di un albergo e nel corridoio molte stanze. Mi sembra che sia l'albergo che ho già sognato altre volte, in cui di solito mischio tutti i ricordi dei congressi dell'uds ai quali sono stato. Non mi sembra più un buon posto per nascondermi e torno indietro. Il ragazzo è ora al telefono, sicuramente chiama gli sbirri.
Vedete sono in quella parte di un incubo in cui non riesci più a fare nulla di sensato. Vorrei buttare la droga ma non ci riesco perchè ho paura che qualcuno mi veda. Vorrei nasconderla e non trovo nessun buon posto per nasconderla anche se ce ne sono migliaia (penso di nasconderla nel vaso di una pianta che è lì ma non lo faccio, non so bene perchè, paura di perderla, che si rovini credo). Vorrei una via di fuga ma non ce ne sono. L'incubo vuole che torni su. Nella stanza con lo sbirro in borghese. Lo faccio. Torno su. Non ho le palle di continuare a scendere, mi andata bene una volta penso, ma chissà se più giù i finanzieri in assetto antisommossa non mi stanno aspettando al varco. Per arrestare me. Salgo e riapro la porta, ma stavolta l'ho capita. Lo sbirro in borhese urla e sbraita ancora. Vuole darci una lezione. Non so nemmeno se la coca che è sul tavolo l'abbia tirata fuori lui oppure no. La coca ha dei puntini neri in mezzo. Tanti da sembrare ketch quando l'hai cotta in una padella dove se ne sta venendo l'antiaderente. La raschi dalla padella dopo che è evaporata l'acqua e se ne viene tutto insieme. Quando è così manco me la pipperei, penso. Allora capisco l'incoerenza del sogno e mi sveglio di colpo.
Ce l'ho fatta, penso. Ho fregato il mio incubo. E su cosa ho dovuto porre l'attenzione? Fra le mille incoerenze del sogno, proprio quella vado a notare. La coca che non è coca, ma ha l’aspetto della ketamina. Cazzo che occhio fino!
Chissà se domani sognerò ancora. Sono solo le dieci del mattino ed ho tutta la mattinata per studiare. O forse per scrivere. Ne sono felice. In questi giorni. In questi molti ultimi giorni. Sogno spesso. Di essere cercato per omicidio. Di fuggire da ladri assassini che mi affettano con i loro coltelli, come farebbe ghemon di lupin col peggiore degli avversari. Di tutto di più. Anche a più riprese, in giorni diversi. Questa è la prima volta che riesco a svegliarmi. Ieri sera prima di addormentarmi me lo sono imposto. In realtà mi sono imposto di svegliarmi presto per studiare, ma dentro di me lo sapevo che volevo svegliarmi prima per non permettere all'incubo di presentarmi il suo triste, obbbligato e scontato epilogo. Io che perdo. Allora vado in cucina e mi faccio un tazzone di caffè e latte. Mia madre mi dice che forse il caffè è un pò troppo. Lo bevo quasi tutto d'un colpo. Torno in camera senza nemmeno fare pipì e butto giù queste poche righe. Ora vado in bagno, poi le correggerò. E magari mi verrà in mente qualche altro particolare che ho bisogno di vomitare.
Ma perchè scrivere è così sempre è solo catartico per me? Altrimenti non riesco a trovare una buona motivazione per farlo.
E poi niente, lo correggo e lo ricorreggo, ma mi vengono in mente solo correzzioni stilistiche ed errori di battitura, niente particolari da aggiungere. Dannati sogni. Almeno questo sono riuscito in parte a fermarlo su carta. E ora sono diventate le dodici. Mi metto a studiare?